alcune brevi notizie

La Riserva Naturale Monte Casoli di Bomarzo, istituita nel 1999 con la L.R. 30, si estende attualmente per 285 ettari (ne è previsto l'ampliamento ad oltre 700 ettari), compresi interamente nel comune di Bomarzo. L'Ente Gestore è la Provincia di Viterbo in collaborazione con il Comune di Bomarzo.
Bomarzo, uno dei centri più suggestivi della Tuscia, è situato tra le estreme pendici nord-orientali dei Monti Cimini e l'ampia vallata del Tevere, in un territorio dove ancora oggi l'ambiente e la natura sono a dimensione d'uomo.
Il paesaggio dell'area protetta, fortemente influenzato dalle caratteristiche geologiche della zona, si presenta come un'alternanza di aree boscate, pianori un tempo tenuti a pascolo, aree destinati a coltivazioni e valli più o meno profonde.
Ma oltre all'aspetto naturalistico l'intera zona riveste una notevole valenza dal punto di vista storico-archeologico. L'area, infatti, è ricca di testimonianze del passato, resti di insediamenti dell'epoca Etrusca, Romana e medioevale oggetto ancor oggi di campagne di studi e ricerca.

Aspetti geologici

Il territorio comprende formazioni geologiche di varia natura: sedimentarie marine, vulcaniche e continentali.
Le formazioni più antiche sono quelle del ciclo sedimentario regressivo marino, plio-pleistocenico, che occupano gran parte del territorio in esame ed affiorano in particolare nella porzione centro-meridionale della riserva, in prossimità delle incisioni fluviali del Torrente Vezza e dei suoi affluenti.
Le coperture vulcaniche più antiche, l'Ignimbrite quarzolatitica, provenienti dal centro di emissione Cimino (circa 1.3 Milioni di anni fa), conosciuta localmente con il nome di Peperino tipico (per la presenza dei frequenti cristalli biotitici neri, simili al pepe), sono localizzate sul lato meridionale della riserva, a sud del fosso di Monte Casoli, lungo il margine settentrionale dell'altopiano vulcanico che si affaccia sul fosso suddetto.
La formazione vulcanica dovuta all'apparato vulcanico Vulsino (circa 0.8 Milioni di anni fa), i Tufi basali vulsini, conosciuti anche con il nome di Tufi stratificati varicolori, emessi durante più fasi esplosive, sovrasta i terreni sedimentari marini, nella porzione nord occidentale della riserva, lungo il versante sinistro del fosso di Santa Maria e sul versante sinistro del Torrente Vezza.
Il Tufo rosso a scorie nere caratteristico dell'area, formatosi a seguito dell'attività vulcanica Vicana (circa 0.15 Milioni di anni fa), più recente, costituisce il rilievo collinare allineato tra il Torrente Vezza a nord ed il fosso di Monte Casoli a sud, lungo la dorsale di Monte Casoli.
A nord del torrente Vezza ed in minor misura a sud, è presente un affioramento molto esteso di Travertino, formazione di origine idrotermale, collegata alle ultime fasi di attività vulcanica della zona e collegata alla presenza di numerose faglie presenti lungo il torrente Vezza, che ne hanno profondamente influenzato il tipo di reticolo idrografico.
La placca di travertino affiora sul settore nord occidentale della riserva, sull'altopiano denominato "Piano della Colonna", la cui quota raggiunge circa i 230 metri sul livello del mare.
Gli strati di materiale vulcanico sono stati scavati dall'azione erosiva delle acque, soprattutto nei periodi post-glaciali, così in profondità da portare alla luce le sottostanti argille plioceniche. Così si sono formate le "forre", tipiche del territorio della Tuscia, caratterizzate da profonde valli racchiuse da alte pareti verticali di roccia sul cui fondovalle scorrono numerosi corsi d'acqua tra cui si ricordano i Fossi di Santa Maria di Monte Casoli, del Serraglio, ed il Vezza, affluente del Tevere.

L'Uomo e il territorio

Cavità e abitazioni ipogee a Monte Casoli, oggetti in pietra e terracotta testimoniano la più antica presenza dell'uomo in questa zona, sin dall'età del Bronzo (III-II millennio a.C.). E' però con il periodo etrusco che iniziamo a vedere le maggiori testimonianze architettoniche della presenza antica: cunicoli, tombe, mura in pietra e resti d'abitazioni costituiscono oggi una romantica attrazione per l'escursionista, nascoste dalla vegetazione, mangiate dal tempo.
Sono le innumerevoli cavità scavate nel tufo ad incuriosire il visitatore: tombe, abitazioni, stalle, ripostigli, alcune delle quali oggi rifugio per le greggi o per i tanti animali selvatici. E sono proprio le necropoli a raccontarci un passato, quello etrusco, fatto di splendore e di raffinatezza culturale come quella testimoniata dai numerosi reperti archeologici rinvenuti: tra questi gli specchi in bronzo del cosiddetto Maestro di Bomarzo, numerose ceramiche, di produzione attica, falisca, orvietana e ceretana. I centri etruschi della zona prosperarono soprattutto tra la fine del VI e la seconda metà del IV secolo a.C., grazie all'ottima posizione geografica: a controllo dei principali assi di comunicazione terrestre e fluviale della valle del Tevere, di quelli stradali colleganti l'Etruria costiera con la valle tiberina, il territorio falisco e da qui verso il santuario federale di Volsini (Orvieto), l'Etruria interna (Chiusi), i territori Osco umbri, l'Appennino e l'Adriatico. L'unico insediamento etrusco individuato con certezza è a Monte Casoli: ne restano solo pochi tratti di mura, forse appartenute ad una fortificazione databile al IV secolo a.C., che ha subìto modifiche ed ampliamenti in età medievale. E' nei pressi di Bomarzo, sulla riva destra del Tevere, sulle sponde di un lago oggi prosciugato, il Vadimone, che avvenne nel 283 a.C. la sconfitta delle truppe federate etrusche di Volsinii, Tarquinia, Caere e Vulci e dei loro alleati Galli da parte dei Romani: da qualla data i territori vennero conquistati e le legioni romane si aprirono la via verso la "capitale" religiosa e morale della nazione etrusca, Volsinii, l'odierna Orvieto. L'area di Bomarzo in età etrusca fu proprio sotto il suo controllo politico e ne seguì per questo lo stesso destino, fino alla conquista romana. In seguito ad essa, come accaduto a molti centri etruschi, lo spostamento delle principali vie di comunicazione operato dal genio militare romano e dovuto al nuovo assetto stradale, porta al declino della zona, presto "colonizzata" a scopi agricoli. Tuttavia a differenza di molti altri centri etruschi sembrà però che Bomarzo abbia mantenuto per un certo tempo una relativa importanza politica, riuscendo a mantenere dei propri magistrati. Testimonianza dell'età romana, oltre ai ruderi degli insediamenti agricoli, sono rare epigrafi ed alcuni seplocri a colombario sparsi nel territorio.
La caduta dell'Impero Romano (476) fa piombare il territorio romano nel caos politico ed amministrativo: ne approfittano i popoli Goti che danno ben presto vita a dei regni "romano-barbarici" che conservano sostanzialmente l'unità territoriale romana. Il limite meridionale della colonizzazione gotica nella Tuscia ricalca quello che era stato centinaia di anni prima il confine tra Romani ed Etruschi: la catena dei Monti Cimini, con le foreste impenetrabili, e quella dei Sabatini. Le distruzioni ed i saccheggi operati dai barbari inducono gli abitanti della Tuscia a rioccupare quei siti naturalmente fortificati che, dopo l'età del Bronzo, gli Etruschi avevano abitato fin dall'VIII secolo a.C. e che la pax romana aveva fatto abbandonare. Nascono così i caratteristici borghi medievali fortificati che ancora oggi impreziosiscono la provincia di Viterbo. In questo secolo Bomarzo viene raggiunta dai Goti di Totila che osano persino malmenare il vescovo Anselmo: il sant'uomo invoca l'aiuto del Signore che, raccontano gli antichi autori, fa morire improvvisamente i soldati autori dell'oltraggio. Nel 568 un nuovo popolo del nord invade l'Italia tirrenica, i Longobardi. La occuperanno fino a quando essa sarà liberata dall'esarca di Ravenna Romano e definitivamente annessa nel Patrimonio di San Pietro, primo nucleo del futuro Stato della Chiesa, a seguito della celebre donazione di Sutri.

La vegetazione

Nonostante la limitata estensione, la Riserva è caratterizzata da una grande ricchezza floristica dovuta alla variegata conformazione del territorio stesso che si presenta come un mosaico di ambienti diversi dal punto di vista geologico , morfologico e climatico. Una fitta cerreta copre i versanti meno assolati, costituendo sicuramente l'elemento vegetale predominante di tutta l'area, soprattutto delle forre. In questi ambienti si verifica la caratteristica inversione dei piani altitudinali di vegetazione, per cui troviamo il cerro, Quercus cerris, a quote inferiori rispetto al leccio, Quercus ilex, specie tipica delle zone più basse e calde. Il fenomeno è spiegato dal fatto che nella forra si crea un microclima particolarmente umido e fresco che costituisce l'habitat ideale per specie mesofile come il cerro, mentre nella parte più alta e rocciosa dei versanti è il leccio a vincere la competizione visto che l'assenza di suolo e la scarsità di acqua non consentono la vita ad altre specie più esigenti. Sedum caespitosum
Sul fondo delle forre e sui grossi blocchi di tufo disseminati alla base dei versanti, grazie all'elevata umidità crescono rigogliose varie specie di felci, Polysticum setiferum, Phyllitis scolopendrium, Asplenium trichomanes, Asplenium onopteris, Ceterach officinarum, Adiantum capillus-veneris e Polypodium interjectum, creando ambienti particolarmente suggestivi. È ricca anche la vegetazione perifluviale costituita da salici, Salix alba, ontani, Alnus glutinosa e pioppi, Populus nigra, che accompagnano i vari corsi d'acqua, spesso formando vere gallerie. In contrasto con l'abbondanza d'acqua della zona, sui pianori prevalentemente rocciosi e aridi, insiste essenzialmente rosa squarrosa una vegetazione di tipo mediterraneo: troviamo quindi prati, spesso adibiti a pascolo, dove, soprattutto in primavera, si può assistere ad una vera esplosione di fioriture, anche di molte specie di orchidee, fra cui Orchis morio, Orchis papilionacea, Orchis provincialis, Serapias lingua, Serapias vomeracea, Limodorum abortivum e Dacthylorhiza romana, specie protetta nel Lazio. Protette sono pure Linaria purpurea e Sedum caespitosum, specie erbacee che crescono sugli affioramenti di tufo, nelle zone più assolate. A margine crescono boschetti radi di roverella, Quercus pubescens e Q. virgiliana, specie rarissima nel Lazio, accompagnate da arbusti come le ginestre, Spartium junceum, Cytisus scoparius, i cisti, Cistus salvifolius e C. incanus, insieme a specie spinose come il prugnolo, Prunus spinosa, il biancospino, Crataegus monogyna, il rovo, Rubus sp.,la rosa selvatica, Rosa canina, il pungitopo, Ruscus aculeatus ed il pero, Pyrus amygdaliformis.

La fauna della Riserva

L'abbondanza di acqua,la diversità degli ambienti e la scarsa antropizzazione dell'area consentono la vita di numerose specie animali fra cui il cinghiale, Sus scrofa, animale tipico di queste zone, la volpe, la martora, Martes martes, la puzzola, Mustela putorius, il tasso, Meles meles, roditori come l'istrice, lo scoiattolo, il moscardino, il topo selvatico dal collo giallo, l'arvicola di Savi e l'arvicola rossastra, e fra gli insettivori, il riccio, la talpa ed il toporagno comune. Numerose le specie di uccelli, la cui presenza è favorita dalla folta vegetazione, dagli anfratti e dalle antiche rovine. Durante la notte si appostano, in cerca di prede quali piccoli roditori, numerosi rapaci notturni come il gufo, Asio otus, l'allocco, Strix aluco ed il barbagianni, Tyto alba. Durante il giorno sono altri i rapaci che iniziano la caccia come la poiana, Buteo buteo, lo sparviero, Accipiter nisus, il gheppio, Falco tinnunculus. Tra gli alberi non è raro incontrare il picchio verde, Picus viridis, il rigogolo, Oriolus oriolus, il colombaccio, Columba palumbus e l'upupa, Upupa epops. Fra i rettili sono abbondanti le lucertole, il ramarro e serpenti come il biacco, Coluber viridiflavus, il cervone, Elaphe quatuorlineata ed il saettone, Elaphe longissima. Nel Torrente Vezza la presenza del granchio di fiume, Potamon fluviatile, sta ad indicare la naturalità dell'area e la buona qualità delle acque. Ma la peculiarità dell'area è la presenza, tra gli anfibi, di una comunità di Salamandrina dagli occhiali, Salamandrina terdigitata, specie protetta e a forte rischio di estinzione.

Notizie estratte dai Siti Istituzionali: http://www.areeprotette.vt.it/bomarzo/default.asp e http://www.parks.it/riserva.monte.casoli.bomarzo/par.html, a cui si rimanda per info più approfondite ed esasustive.

LE NS FOTO

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Il 29/01/06 c'era questa belle Icona.
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Ora sparita!!
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BY ACE, CAMELIA & MASTRO CHIERICO